La Grava Volafoglia è una delle tante cavità naturali presenti nel bosco denominato “La Difesa San Matteo” (dëfensa, in dialetto), un paradiso di natura dove i secoli scorrono nella viva linfa di numerosi alberi, nelle bianche pietre di primitive costruzioni (denominate in greco antico thòloi, al singolare thòlos, θόλος “cupola”), nel fumo estinto di antiche fornaci medievali, nell’addiaccio di sparute nevaie e nel rudimentale aspetto di piscine adibite per l’abbeveraggio degli animali.
- Grava Volafoglia • San Marco in Lamis.
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Un equilibrio perfetto tra chiome verdi e altissime, che fra trame di vento ambiscono l’azzurrità del cielo, e abissi profondi che infrangono l’oscuro silenzio della terra, svelando alcuni tratti di un volto nascosto ma antico, quello del carsismo, che da sempre denota l’originaria essenza del Gargano.

(foto G. Barrella, 2024)
Quello di Volafoglia è un vero e proprio regno sotterraneo, un continuo di pozzi più o meno profondi, ben concrezionato e abbastanza fangoso, che nel salone più profondo mostra il massimo del suo incanto.
Dal punto di vista speleologico, si tratta di un inghiottitoio fossile, costituito da diversi elementi – caverna, cunicoli e pozzi – che lo rendono sufficientemente tecnico in fase di progressione (vari frazionamenti, traversi e strettoie importanti).
La sua litologia è rappresentata da calcari, anche di tipo dolomitico. Come spesso capita sul nostro Promontorio, l’ingresso della grava si mostra insospettabile e angusto, costituito da un buco del diametro di circa 60 cm. A pochi metri di distanza si può notare un secondo ingresso, uno squarcio nel terreno molto più ampio che, in realtà, introduce in un pozzo cieco di scarsa profondità.

(foto G. Barrella, 2007)

(foto G. Barrella, 2007)

(foto G. Barrella, 2007)

(foto G. Barrella, 2007)
La cavità inizia con un pozzo profondo 27 m, interrotto dopo una dozzina di metri da un’ampia cengia, una sporgenza più o meno pianeggiante, nei pressi della quale si effettua un’operazione di cambio corda (in Speleologia, conosciuto come frazionamento), a cui si accede tramite un traverso, per poi discendere gli ulteriori 15 m.
Durante la discesa, si possono ammirare diverse concrezioni carbonatiche, gran parte imbrattate di limo, tra cui stalattiti di varie dimensioni, drappi, concrezioni a splash, stalagmiti, vistosi coralloidi e concrezioni fossili denominate “mondmilch” (che in tedesco significa “latte di luna”, per il suo colore candido).
Alla base della verticale (dei primi 27 m), si possono notare le prime forme di vita interessanti. In effetti, è bastato osservare attentamente le pareti frastagliate per accorgersi di un coleottero della famiglia Carabidae, del genere Carabus, un troglosseno predatore d’insetti, vermi e molluschi, o spazzino di carogne varie.

(foto M. Ritoli, 2008)
Più difficile, per le dimensioni, è l’individuazione dell’Ixodes Vespertilionis, un acaro, comunemente conosciuto come zecca, che come si può desumere già dal nome della specie (I. Vespertilionis, C. L. Koch, 1844) è un parassita specifico dei chirotteri (pipistrelli).

(foto G. Barrella, 2008)

(foto G. Barrella, 2008)
Non si può non notare la presenza di numerose zanzare della specie Limonia, famiglia delle Limoniidae. Probabilmente trattasi di Limonia Nubeculosa (L. Nubeculosa, J. W. Meigen, 1804) una zanzara sub-troglofila che trascorre le ore diurne e sverna sulle pareti delle grotte.

(foto G. Barrella, 2008)
Per continuare l’esplorazione della cavità, si deve proseguire a passo di giaguaro in un angusto cunicolo, dagli speleologi ribattezzato come Cunicolo della “Nutella”, per via degli abbondanti depositi d’argilla e di limo che macchiano vistosamente la tuta.
Si tratta di una delle fasi più delicate della discesa in grotta poiché, al termine della strettoia, un breve salto particolarmente disagevole permette di affacciarsi su un ulteriore pozzo di circa 7 – 8 metri. Infine, un ultimo pozzo di 10 m consente di accedere a un vasto e spettacolare salone di crollo.
Qui è possibile contemplare diverse tipologie di concrezionamento, ampiamente distribuite, il cui fascino straordinario ripaga largamente la fatica della discesa e il freddo-umido dell’ambiente circostante.

(foto G. Barrella, 2008)

(foto M. Ritoli, 2008)
Degne di nota sono le numerose vaschette presenti un po’ ovunque, in una delle quali è stato rinvenuto un miriapode molto particolare, un geofilomorfo, probabilmente del genere Geophilus, di cui non si è ancora certi dell’origine. L’ipotesi più interessante è che si tratti di un geofilomorfo cavernicolo, un vero e proprio troglobio, di cui non si conosce il grado di specializzazione verso l’ambiente grotta; ma la tesi più plausibile vuole che l’animale sia giunto lì fortuitamente, magari a causa di una piena, e sia capitato accidentalmente nella vaschetta d’acqua.

(foto G. Barrella, 2008)

(foto G. Barrella, 2008)

(foto M. Ritoli, 2008)
Quest’ultima teoria sembra essere la più condivisibile per una serie di motivi: la grotta si sviluppa in verticale; l’animale trovato nell’acqua era senza vita; finora non era stato mai notato, nonostante le innumerevoli visite da parte degli speleologi. Il caso Geophilus sp. merita, comunque, degli approfondimenti.
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